Il
mio cliente era un manager-produttore più o meno conosciuto, uno
come ce ne sono tanti..
Occupandomi
di diritto d'autore, ne ho assistiti diversi, ma tutti con tratti
comuni..
Si
sanno muovere nei corridoi dei palazzi con la “P” maiuscola,
bussano ed entrano, a volte non bussano proprio..
Sopratutto,
con loro non è mai necessario usare la frase “prego, faccia come
se fosse a casa sua”, perché lo fanno già spontaneamente..
Di
quelli che conoscono tutti e che tutti conoscono, che hanno sempre un
parente/conterraneo/compare d'anelli in comune o che comunque
conosce/può arrivare al tizio di cui in discussione e/o d'interesse,
dicendo “quello è amico mio”.
Uno
di quelli abituali frequentatori di grandi cene dove non si sa mai
chi sia a pagare..
Di
quelli che ai dirigenti offrono sempre il pranzo nei posti giusti,
dove ci si fa vedere e riconoscere nell'ambiente, ma non disdegnando
di offrire un caffè a tutti gli altri, perchè se ne può sempre
avere bisogno..
Uno
di quelli che lavorano o hanno lavorato un po' in tutte le produzioni
e con tutti gli artisti, anche se poi non appaiono quasi mai nei
titoli di coda..
Insomma,
il mio cliente era uno che sapeva il fatto suo nel mondo dello
spettacolo e della televisione, a tratti oscuro, ma per tutti
straordinariamente attraente.
Un
uomo davvero brillante, che pagava puntualmente tutti, ma a cui tutti
dovevano praticare un po' di sconto, così, per definizione, perché
per lui era quasi un atto di educazione o meglio, come diceva lui, di
“buona volontà” e non ci si poteva rifiutare!
Ma
se c'era una cosa che il mio cliente sapeva fare davvero era scoprire
talenti, per i quali si spendeva con vera passione.
Un
certo talento in verità diceva di aver ravvisato anche in me, quando
dopo avermi conosciuto come controparte nel corso di una trattativa,
pur giovane e sconosciuta freelance, aveva deciso di affidarmi una
lunga serie di incarichi professionali, così, sulla base di
un'intuizione, un investimento personale che non è poi rimasto
insoddisfatto.
Il
problema principale del mio cliente era che tanto più questi
talentuosi artisti che decideva di adottare erano giovani e famosi,
di una notorietà magari improvvisa o talvolta piuttosto
“improvvisata”, tanto più arduo era amministrarli.
Che
fare quindi nei momenti di criticità?
Litigare?
Dichiarare
subito guerra, schierare mezzi e soldatini ed attaccare?
Troppo
facile..
No!
In
questi casi il mio suggerimento era di optare per una linea piuttosto
morbida, consumata mediante una sottile strategia di persuasione
(sebbene piuttosto “decisa”) del giovane artista di turno (o
meglio ai danni del).
Questo
senza comunque abdicare ad una difesa più tradizionale che era
prevalentemente mirata a raccogliere e precostiture le prove per un
(eventuale, successivo) contenzioso.
Pertanto,
quando i capricci e le bizze di questi artisti oltrepassavano il
limite della umana tolleranza, forte della fiducia del mio cliente,
decidevo che non andasse inviata la canonica (seppur quanto mai
meritatissima!) diffida da legale, che oltre ad obbligare a definire
le doglianze, in fatto e diritto, avrebbe provocato il sicuro
irrigidimento delle posizioni.
Il
mio suggerimento era piuttosto che a scrivere fosse direttamente il
cliente, come di propria iniziativa, senza mediazione, una lettera
spontanea, appassionata, in cui questi si strappasse il cuore dal
petto e lo porgesse alla controparte, come un umile dono.
Una
lettera, ovviamente, integralmente da me predisposta.
E
quanta libertà concede l'agire in incognito, dismessa per un attimo
la toga ed indossati i panni del cliente!
Niente
tecnicismi, argomentazioni più grossolane, dove si dice, non si
dice, si paventano scenari più complicati, da nessuno auspicati, in
cui si offre sempre una soluzione bonaria, un commodus discessus,
perché quello che conta, in fondo in fondo, sono solo i sentimenti.
Una
lettera scritta di proprio pugno dal cliente (poco conta che quel
“pugno” in realtà lo sferrasse il sottoscritto avvocato..) con
l'obiettivo (apparente) di provocare un dialogo, ma quello (più
insinuante) di ottenere in risposta le ammissioni della controparte
in ordine alle concrete modalità del rapporto e stavolta per
iscritto (sic! come si scriverebbe negli atti di causa..).
Certo,
perché nella maggior parte dei casi non c'era nulla di scritto tra
di loro, solo una stretta di mano.
In
realtà poi nella lettera (un pochino) si doveva intravvedere che
dietro il cliente o, meglio nel suo taschino, c'era un avvocato.
D'altra
parte, un manager di artisti che ha fatto fortuna, ma, nel caso di
specie, non credo si fosse spinto oltre una (seppur dignitosissima)
licenza di quinta elementare (peraltro, immagino, forse ottenuta più
per la simpatia della maestra, “corrotta” a colpi di caramelle..)
non è che usasse ogni giorno certe espressioni..
Come
d'altra parte, le medesime espressioni, rivolte ad un artista che
magari non ha propriamente studiato all'Istituto d'Arte Drammatica,
essendosi piuttosto formato alla scuola dei talk show di fascia
pomeridiana, interrotti ogni tre minuti dalla pubblicità, via
dall'equazione sole-cuore-amore, il rischio di cogliere nel segno
l'avevano pure..
Invero,
la strategia di strisciante convincimento, vedo-non-vedo l'avvocato,
faceva sì che il giovanotto alla fine si “ravvedesse” davvero,
peraltro pensando di essere pervenuto a quella decisione per una sua
libera ed autonoma scelta.
Anche
la giovane show girl di cui in discussione, dopo avere ricevuto la
lettera che leggerete in appresso, è scesa a più miti consigli o,
meglio, a più miti “capricci”.
O
per lo meno, lo ha fatto per un altro paio di stagioni, come si dice
nel mondo dello spettacolo.
Poi,
pare che, attaccata l'ugola al chiodo, abbia messo su famiglia ed
aperto un ristorante (forse) in provincia di Crotone, dove (dicono)
si mangi anche molto bene!..
Buona
lettura...
